Da qualche anno il pride nazionale è per me l'occasione di incontrare e conoscere di persona chi passa di qui a leggere e talvolta a commentare, è una bella tradizione che anche quest'anno a Genova vorrei rispettare. Scrivetemi su Splinder o su Tiscali che ci accordiamo.
Ho appena sentito una storia che mi ha illuminato sul mio rapporto con il comunismo. La riferisco perché è molto bella e per chi non ha voglia di sentirsi la conferenza fino alla fine. Siamo durante la guerra civile spagnola, i due poeti José Bergamin e Rafael Alberti, per conto del governo repubblicano, cercano di entrare negli Stati uniti per ottenere aiuti e solidarietà alla Spagna. Vengono fermati dalla polizia e sottoposti a estenuanti interrogatori per appurare se sono comunisti. Dopo 10 ore di domande insistenti, José Bergamin ammette: "ascoltate, non sono e non sono mai stato comunista, ma ciò che voi credete che sia un comunista, quello io lo sono".
Proprio ieri sera ero seduto su un tappeto steso dai ragazzi comunisti del magazzino 47, nella piazza più multietnica di Brescia, a vedere lo spettacolo di Elena Vanni e Marianna De Fabrizio: Verona caput fasci, che per la Giornata contro l'omofobia era stato organizzato dal collettivo femminista del centro sociale, il cui nome geniale è 40tette. Lo spettacolo mette in fila con appena un po' di enfasi teatrale le vere dichiarazioni che nel 1995 si sono sentite nel consiglio comunale di Verona, quando respinse solennemente la risoluzione europea contro le discriminazioni verso gli omosessuali. Una collezione di volgarità e autentiche idiozie spontaneamente fasciste che era giusto, giustissimo non lasciare cadere, anche se son passati quasi quindici anni. Il palco, guarda caso, non era stato autorizzato dal comune, ora governato da una giunta nella quale c'è persino un assessore implicato nella strage di Piazza Loggia*. Si era lì un po' in attesa di quello che avrebbero fatto le forze dell'ordine, o magari Forza nuova, niente in realtà. Accanto a me c'era un amico che sta passando un periodo difficile e avevo voglia di abbracciare, ma siccome queste cose fra noi non si sono mai fatte, e lui è anche etero, ed eravamo fra bandiere dell'Arcigay, mi sono trattenuto. C'erano poi intorno tutti questi splendidi ragazzi comunisti indignati, e divertiti dalla piega ironica che le due attrici davano alle stupidaggini insultanti che documentavano; avevo molta voglia di abbracciare anche loro. Così mi sono sfogato su una giovane amica, ex collega, che non vedevo da parecchio, la quale ha appena ribaltato la sua vita lasciando il marito e vivendo apertamente, politicamente, il suo lesbismo. Lo ha fatto già da un po', a dir la verità, ma ancora risplende della luce che ne ha ricavato il suo bellissimo viso; l'ho strizzata ben bene, lei così fragile e dolce, coraggiosa.
Poi, quando l'ho riaccompagnato a casa, un abbraccio ci è scappato lo stesso con il mio amico. Un comunista anche lui, più o meno quanto me.
* no: ce ne sono due!
Quando qualcuno ci piace, una parte del piacere proviene dal notare una somiglianza con altri ragazzi che ci sono piaciuti e dalla costruzione, con quei tratti comuni, di un modello esemplare, un “tipo”. È un comportamento nel quale forse c'è una sfumatura nevrotica, come tentativo di immagazzinare il godimento per ulteriori future osservazioni, differimento collezionistico del piacere. Oppure, sempre, nella contemplazione della bellezza, come dice Giorgio Agamben, “vibra qualcosa come una somiglianza”.
Quale è il typos a cui appartiene Giovanni? Il caso è particolarmente delicato. Quando lo si guarda, persino in fotografia, sembra volere resistere a qualsiasi classificazione oltre che a ogni apprezzamento. Il mento è leggermente proteso in avanti, i sorrisi sono brevi e razionati, gli preme chiarire subito i suoi difetti, invitandoti a trascurare gli occhi, la bella bocca forzata in una espressione critica, il fisico asciutto e svelto che viene facile immaginare mentre sfugge le cariche della polizia o si toglie di torno dopo una provocazione estetica nel centro della città.
Quando ci siamo visti un anno fa ci sono cascato in pieno. Avevo avuto il sospetto che ci fossimo incontrati, anche, perché gli sarebbe piaciuto leggere un mio ritratto su di lui. Ma già al primo sguardo mi ero addirittura sentito in colpa per quella supposizione. È stata una sorpresa apprendere da una sua mail successiva, di molto successiva, che invece non mi ero sbagliato. Però Giovanni si divincola da qualsiasi legame tu voglia stringere attorno a lui, che sia fatto di parole, sentimenti, luoghi. Ha sposato tutta una ideologia del detournement ironico, certo, ma resta il sospetto che la teoria, lì, sia solo una sovrastruttura. Anche adesso, sono sicuro, leggendomi pretenderà di scivolare via dal bersaglio.
Infatti è stato particolarmente complicato per me scrivere di lui. Senza volerlo, anzi volendo l'esatto contrario, abbiamo costruito una piccola trappola di aspettative nella quale penso ci schiacceremo le dita tutti e due (bonariamente). Io ho appena finito di leggere un libro più o meno consigliatomi da lui lo scorso anno e, come sempre quando associo un libro a una persona, la lettura è diventata un confronto a distanza, non privo di un certo erotismo, so che gli farà piacere saperlo: si fa un punto d'onore di apprezzare ogni forma di perversione. In questo caso, inoltre, era quasi inevitabile, visto che poi quel testo parla di maschi e di femmine, di un certo tono di voce, una certa statura, un certo modo di esprimere autorità che avrebbero i primi e che definirebbero le seconde per assenza. È Il dominio maschile, di Bourdieu, libro bello e utile, nel quale ho cercato, anche, cose di lui che non ricordo bene, una chiave di lettura per entrare nel suo mondo. Senza trovarla.
Una classe delle medie schiamazza qui nello spogliatoio, cantano, si nascondono gli zaini, un certo Alghisi viene ripetutamente ma allegramente insultato da uno e poi da un altro dodicenne; sento volare un solo “frocio” subito ripreso dall'istruttore che li aspetta sulla porta ma ha rinunciato, in generale, ad abbassare il rumore assordante che fanno. Un abituale della piscina, con le orecchie rintronate come le mie, ammicca con un “bella età”. “No, dico io, non tornerei indietro fino a lì nemmeno pagato”. “No?” ribatte. “Rifare tutto daccapo, no, no grazie”. Un ragazzo che da qualche settimana è molto assiduo pure lui ascolta la nostra conversazione. Mi piace molto, ha lo sguardo innocente, le ciglia folte e le guance che tendono ad arrossire subito, come adesso. L'espressione ingenua contrasta con le sue dimensioni, è alto, un po' pesante sui fianchi, un ragazzone sano. “Alla sua età, sì. Subito” aggiungo rivolto direttamente a lui, fiero di me stesso per aver colto l'occasione di rivolgergli la parola, “quanti ne hai? Ventiquattro?”. “Venticinque” risponde, con le guance ancora più rosse. Sorride, sembra lì lì per aggiungere qualcosa e diminuire la distanza fra le nostre età che la mia frase ha sottolineato, ma si ferma timoroso di fare una gaffe.
Lo scampolo di conversazione ha creato una traccia di rapporto fra di noi e nel parcheggio della piscina, vedendo che invece di salire su un'auto come al solito mi incammino a piedi, mi chiede se serve un passaggio. Da qualche settimana lo osservo, i suoi capelli castani folti e tagliati corti, le spalle spioventi su un ampio petto dove si trova l'unico particolare che davvero si incarica di segnalare la sua appartenenza ormai al mondo degli adulti: il pelo, dello stesso colore ambrato scuro dei capelli, che sotto i pettorali appena disegnati si interrompe bruscamente, per poi infoltirsi di nuovo intorno all'ombelico e ad una morbida pancetta. Mi è piaciuto subito il sorriso aperto e incuriosito con cui ha cominciato presto a rispondere al mio sguardo, salutando sempre per primo.
La differenza d'età e poi anche il suo modo un po' da adolescente di muoversi, goffo, in cerca di una posizione definitiva da assumere, mi consentono di fargli delle domande personali: che lavoro fai, dove abiti, giochi a calcio? (osservando la sua sacca “A.C. qualcosa”). Mi risponde ubbidiente, senza contraccambiare le domande, ma per una forma di soggezione. Arrivato alla mia destinazione lo invito a pranzare con me, nel bar vicino a dove lavoro, prima di rientrare anche lui in ufficio. Tiene la contabilità in una grossa ferramenta dello zio. Alcuni miei colleghi già al caffé mi salutano da un tavolo, le due più informate accennano un sorriso notando il ragazzo che si siede con me.
La mia curiosità nei suoi confronti non lo infastidisce. Si racconta volentieri anzi, alla fine del pranzo ho il suo profilo facebook da inserire fra i miei amici e devo ricordarmi di mandargli gli orari di un'altra piscina dove vado al fine settimana quando questa chiude.
Due giorni dopo mangiamo di nuovo un panino insieme e abbiamo già una decina di messaggi a testa all'attivo della nostra amicizia squilibrata. Lui detesta la ragioneria e vuole riprendere gli studi di pedagogia. A quanto pare sono l'unico a cui non è venuto da ridere sapendo che vorrebbe fare l'insegnante d'asilo. Gli sembra strano che io sappia che esiste un pedagogista di nome Korczak, anche se non ho letto niente, tra l'altro, coincidenza, sono stato un mese fa a una conferenza organizzata da una libreria di Brescia di cui sono socio per la Giornata della memoria. Korczak è morto a Treblinka.
Enrico ha fatto fatica a capire le poche cose che ora sa di se stesso, districandole con la dolcezza e la remissività che gli sono proprie dalle ovvietà che il suo ambiente, la sua famiglia, gli hanno accumulato addosso, distrattamente e senza chiedergli nulla. Ha fatto tutto da solo e questo ha già del miracoloso. Ora ha capito, si iscriverà a Pedagogia e penso che se la caverà in fretta, perché è intelligente, e i libri li divora. Il rispetto che Korczak pretende per i bambini lo vuole per sé, per la diversità che ancora non ha messo a fuoco, non del tutto. Dopo avere accettato per un po' la vita che altri avevano scelto per lui, lavora alla propria con una determinazione che non sapeva di avere, senza una visuale molto ampia, si direbbe, ma è un bene perché forse si lascerebbe scoraggiare dal tempo perso e dalle scarse prospettive professionali.
La simpatia con cui lo guardavo, e la morbida attrazione per i suoi occhi liquidi e dolci, le labbra sensuali, si è già trasformata in vera ammirazione. Lo capisce, non solo con la testa e ne è lusingato. Mi appare in uno scorcio che non so bene quanto sia lucido, o fantasioso, che la sua sessualità non la nega, piuttosto gli appare molto remota. Non gli restano energie dopo la mezza dozzina di occupazioni a cui si dedica con scrupolo per compensare la noia del lavoro. Ha avuto un paio di fidanzate, anni fa, è una questione che non ha ancora affrontato e non gli pare urgente, è convinto di avere tutto il tempo che vuole. In qualche strano modo, penso che abbia ragione.
Scrivo questo post con in mente il ragazzo che me lo ha fatto scoprire, la sua malinconia, e la barbetta biondo ramata, che sono di entrambi. Rice è bello, intelligente, sensibile. Etero. Direi anzi che è precisamente il maschio eterosessuale vaticinato dalla rivoluzione femminista. Nella sua virilità non c'è alcuna traccia di violenza; nella sua sensualità, solo rispetto e attenzione al piacere della compagna; nella sua gentilezza, l'indeterminata percezione di un secolare dominio da cui doversi riscattare. Insomma, ragazze, ce lo avete ridotto uno straccio. Scherzo, in realtà piace anche a noi così, perché non verrà a letto con te, ma ha la sublime delicatezza di spiacersene. Infatti, certo machismo lo disprezza ancora di più dei gay, cioè, quasi, e comunque quando vuole offendere con la parola frocio qualcuno è più a questo tipo d'uomo che pensa.
Damien Rice, come le sue canzoni, è una contenuta tristezza sussurrata all'orecchio. L'espressione che gli riesce meglio, e la nota su cui ha deciso di fermarsi, sono quelle del congedo, della difficoltà insormontabile che separa due amanti, della lettera di scuse. Il suo erotismo è molto rarefatto, infatti è quasi impossibile immaginare i dettagli del sesso, per quanto acuto sia il desiderio di farlo con lui. Mi sembra il protagonista ideale per interpretare uno dei miti gay più minacciosi per i nostri sonni: l'amico etero che si innamora lo stesso un po' di te, abbastanza aperto e spregiudicato da aver preso seriamente in considerazione l'ipotesi di rinunciare alle donne, ma non così confuso da averlo fatto, o per non più di qualche settimana. Ecco comunque trovato un valido motivo per il velo opaco sullo sguardo, il maglione a collo alto e gli occhi persi in lontananza, cioè, il remoto rimpianto per il pasticcio fatto quella sera, o mancato di pochissimo, è praticamente la stessa cosa.
È un periodaccio. Non per il poco tempo, quello non c'è mai. Mi manca la lucidità e forse la serenità per dispormi a osservare come vorrei. L'occhio fine è soprattutto lento, indeciso: non ha mai visto abbastanza, vorrebbe esser sicuro, si scoraggia quando ha il dubbio di fare illazioni infondate. Perciò adesso si costringe a qualche rapido cenno. Nessuno di questi fascicoli può dirsi più che appena istruito:
- è alto, atletico, ben costruito, lo sguardo intenso e le labbra morbide, venticinque, ventisei anni. Bellissimo. Gay anche, non foss'altro perché ha sentito troppo presto e con troppa precisione il mio sguardo addosso. Il suo modo di vestire, e la scelta del costume a slip, mi suggeriscono che non se l'è ancora detto, così come le gambe molto pelose. Appena si accetterà del tutto comincerà a depilarle, e farà malissimo, perché è molto eccitante vedersele scorrere vicino;
- spalle larghe, carnagione chiara, andatura goffa e una simpatica pancetta che spera di buttare giù in poche settimane: si accanisce. Ma non durerà molto. I suoi fianchi larghi e l'espressione vagamente ottusa fanno pensare a un ragazzone amante delle comodità. Sensuale, ma quel tipo di morbidezza che può dedicarsi al sesso come alla buona cucina. Si adeguerà alle attenzioni di una ragazza, prevedo, soffocando senza tanto sforzo le sue curiosità. Del resto non saprebbe nemmeno da dove cominciare;
- ha ripreso da poco la piscina, me lo ricordo almeno un paio di anni fa, più nervoso e tonico. Adesso ha parecchio lavoro da fare, ma è sempre solido, vigoroso, i pettorali ben sottolineati dai peli. Un tatuaggio, di cui si è quasi sicuramente pentito, e che gli occupa tutto il bicipite fino al gomito, lo denuncia come ultras del Brescia, cioè lo rende buzzurro quel tanto che a volte piace immaginarsi collegato alla potenza sessuale. Sono illusioni, lo so.
Poi di Robertino (si chiama così, con il diminutivo) ho dimenticato di dire che si veste in modo assolutamente adatto a lui: le Converse, che sembrano disegnate apposta per il suo fisico svelto ma virile, i pantaloni stretti, certe camicie a righe dai bei colori primaverili anche adesso con il freddo.
Devo liberarmene, adesso, ho appena lasciato una riunione in cui era presente lui pure, e scriverne è uno dei modi che conosco per isolare il desiderio, impacchettarlo e metterlo via. Qualcuno ha lasciato un commento anonimo qualche tempo fa: "che post da segaiolo!" Lettore distratto e occasionale, qui scrivo sempre con il cazzo in mano (metaforicamente), cioè spinto da un impulso di cui non faccio nessuna fatica a riconoscere l'origine erotica e al quale voglio appunto dare forma, e provvisorio appagamento. A volte funziona anche sul lungo periodo: per qualcuno dei maschi di cui ho scritto, l'attrazione si è come ammorbidita, si è fatta meno aspra. Poprio come se parlarne qui l'avesse in certo modo soddisfatta.
Lui ha ventisei anni. Di pelo rossiccio scuro, confinante con il castano ma ancora no; lo si nota nell'incarnato pallido, morbido, che sui bordi si colora. ll rosso, si sa, non è caratteristica che resta confinata nei capelli, informa di sé tutto il fisico, spruzzandolo di efelidi, arrotondando gli spigoli, isolando gli occhi nel pallore del viso e facendoli più profondi. Quasi tutti i rossi sono più sensuali della media, in modo involontario e quindi per me irresistibile. Lui ci mette di suo anche un certo candore, nello sguardo che si fa spesso interrogativo, ingenuo.
Si domanderà come mai, a questo tavolo territoriale al quale ci incontriamo, lui in quanto giovane amministratore di uno dei comuni coinvolti, si domanderà perché finiamo sempre dirimpetto? Preferirebbe una posizione più defilata, lui. Non fa i compiti, non legge i ponderosi documenti che mando in preparazione delle riunioni, perciò sta sempre sul chi vive, silenzioso, consenziente benché, credo, in forte disaccordo ideologico con tutta l'impostazione del lavoro che si fa lì. Ma anche fiducioso, infine. Nei mesi che distanziano una riunione dall'altra dimentica di andare a mettere il naso nei bilanci alla ricerca di voci su cui piantare grane come, penso, si propone ogni volta di fare. Vorrei ci riuscisse qualche volta. Fisserei un appuntamento per chiarire i dettagli nel suo ufficio, la sera, perché torna tardi dal lavoro, e forse non indosserebbe la cravatta, ma avrebbe la camicia aperta sul petto ramato dai peletti sottili che gli ho visto una domenica mattina incontrandolo per caso.
Non so quanti di voi che passate da qui hanno letto il suo libro, ma sono sicuro che tutti ne avete già ben presente il faccino. Il libro non l'ho finito nemmeno io. Invece il post su di lui, indiscutibilmente nella categoria bravi ragazzi, l'ho meditato fin da quando ho visto il risvolto della Solitudine dei numeri primi, e ho subito capito che sarebbe stato impossibile evitare l'uso dell'aggettivo "carino". Togliamoci il pensiero: lo è.
Paolo Giordano ha l'aria molto attraente di chi non pensa affatto di esserlo. Perciò, o è di breve durata o è falsa. Se dopo mesi che tutti ti sbavano dietro insisti con l'espressione da “ma che ci trovate in me, sono un ragazzo normale!” ci stai un po' marciando. Ecco un consiglio allo scrittore da chi non ha ancora finito il capitolo 1 (ma perché l'ha dovuto prestare): accetta di essere uno schianto di ventiseienne simpatico, con sale in zucca e delicate goffaggini, ma non pretendere di farlo per tutta la vita che ci viene il dubbio non sia sincero, e ci cade tutto.
Con un ragazzo così dolce in ogni suo dettaglio viene naturale immaginare un sesso un po' infantile: carezze, baci senza lingua, ma sensuali, abbracci stretti e confidenze sussurrate, commozione. Uno giura che vorrebbe farlo così per sempre e poi nel giro di qualche mese finisce in sauna con degli sconosciuti. Siamo fatti così, siamo fatti male.
Sono stato felice di ritrovarlo dopo la pausa estiva, temevo fosse una meteora come altri. È il più simpatico dei frequentatori della piscina in questo periodo, oltre a essere un bel ragazzo. Ha venticinque, ventott'anni, i capelli e la barba corti di un bel castano chiaro dalle sfumature dorate, gli occhi grigio azzurri, un sorriso incoraggiante. È il tipo che attacca discorso con tutti, l'ha fatto pure con me. Una sua buffa caratteristica è che tiene sotto il costume le mutande. Gli ho chiesto una volta perché e mi ha detto che gli sembra così di essere più protetto. Tutto in lui, le sue linee morbide e quadrate, la gentilezza, fanno pensare a qualcosa di frenato, di perfettamente contenuto.
Il suo fisico smilzo e il profilo piatto appaiono come irrigiditi, un po' da cartone animato, sapete, quando un personaggio rimane schiacciato da un peso e i suoi tratti vengono calcati in una sagoma dallo spessore regolare. Ma l'idea del cartone è anche fuorviante perché poi quelle sue natiche poco pronunciate e le gambe secche sono invece molto sensuali. Un tipo di sensualità liofilizzata, come la sua conversazione: priva di alcuna malizia, il suo erotismo lo si percepisce come una lontana eco dalle profondità in cui si trova ben sepolto anche il suo inconscio.
Siamo in una spiaggia gay, e lui sta girando, anche se con la mountain bike, da parecchio tempo: non dovrei avere dubbi. Ma da un po' qui ci vengono coppie di scambisti e intorno a loro si piazzano decine di esibizionisti a menarselo; a noi ci guardano come sgradevoli accessori d'arredamento del boudoir. Ha più l'aria dello scambista, o del curioso: sguardo duro, reso più drammatico da un solco che gli taglia le labbra, rimarginato da anni e però ben visibile; occhi chiari e pelle scurita dal sole. Quando si apparta, guardandomi, esito a seguirlo. Poi lo raggiungo ed è lì con l'uccello in mano. Ha il ventre e le natiche tese, una sensuale peluria sbiondita ai lati del viso, è molto bello e non mi spiego la sua scelta, anche se in questo sabato pomeriggio, in effetti, non ce n'era molta. C'è parecchia gente ma brutta, e noiosa. Si innervosisce del continuo passaggio davanti a noi. Gli chiedo come si chiama e di dove è. Si arrabbia un po' quando capisce che lo credo straniero. Padre altoatesino e madre di Padova, sono italianissimo, dice. Qualcosa del suo modo di parlare ancora mi sembra e continuerà a sembrare, nell'ora e mezza circa che passeremo insieme, un po' esotica.
Ha 26 anni; gli chiedo cosa fa e mi risponde che è muratore, facendomi tastare i calli sulle mani che sono piccole e un poco infantili. Non sorride. Non lo farà mai. Mi dice che deve andare e io aggiungo che pure per me si è fatto tardi. Mi chiede dove ho la macchina ma sono venuto anch'io in bicicletta. E' lui a proporre di fare la strada insieme. Mentre raggiungiamo il mio mezzo che ho lasciato nella rastrelliera del bar poco lontano, mi informa che a lui piacciono i trans; e trovo così una spiegazione del suo pube rasato, che prima mi era sembrato poco credibile. Si volta a guardare un ragazzo nero che entra adesso nella spiaggia e commenta: lui è qui per farsi pagare. Non so, a me non sembra ma forse vuole entrare in argomento e osservo che, piuttosto, è lui che potrebbe farsi pagare. Non raccoglie. In bicicletta rimane zitto, dietro di me. Ci fermiamo su mia iniziativa per bere a una fontana, lui parla di calcio, mi chiede l'ora di una partita ma non si stupisce che non la conosco. Tira fuori la ricevuta di un punto snai e un ritaglio sulle partite della settimana scorsa che gli hanno fatto vincere 40 euro.
Sale in casa infastidito dall'inquilina del piano di sopra che ho salutato mentre scendeva. Dal mio solitamente sguarnito frigo sceglie un'acqua tonica, rifiutando la birra e il succo alla pera. Vuole che accenda la televisione per vedere i risultati delle partite su cui ha puntato. Si muove con sicurezza sui tasti del televideo di canale 5. Non mi guarda mai, ma non è imbarazzato, si direbbe che è abituato a comportarsi così. Sembra aspettare l'ispirazione e nel frattempo mi fa domande che mi sembrano, sul momento, mirate a inquadrare il mio reddito, ma poi ripensandoci erano semplici curiosità. In altre circostanze sarei io ad avvicinarmi, l'ho detto che è molto bello? Ma non capisco bene come stanno le cose, almeno così su due piedi, perché poi un'idea me la sono fatta, comunque gli tocco solo un braccio, amichevolmente e senza allusioni quando mi avvicino a lui per versargli un'altra bottiglietta. Si alza dalla sedia, si affaccia alla finestra e si informa sul dirimpettaio; che non c'è quasi mai, lo rassicuro. Non hai un film porno? Non ce l'ho. Potrei prendere l'iniziativa di arrivare subito lì dove anche lui, attraverso la trasparente scusa del film, voleva arrivare. Ma mi dico sei venuto fin qui, se vuoi scopare devi almeno farmelo capire in modo meno sfumato. Decide che è meglio andare. Lo accompagno al portone e poi me ne torno in casa, stranamente sollevato.
M. ha lo sguardo liquido e duro, gli capita spesso di essere scambiato per un tossico.
M. non fuma neanche.
M. non vuole finire come i propri genitori e nessuno della sua famiglia fino a tre generazioni precedenti.
M. ha spesso paura, ma riesce a dissimularlo benissimo, a suo parere.
M. è venuto a casa mia una sera, è rimasto tutto il tempo seduto sul divano a farsi fare domande e a rispondere in modo molto asciutto, ma non ostile, anzi, dopo un prolungato silenzio, verso le 2, mi ha messo la mano sulla gamba.
M. non aveva in realtà alcun desiderio di fare sesso con me, solo gli sembrava cortese ricambiare il tempo che gli avevo dedicato, e non è stato un sollievo per lui sapere che non intendevo invece assolutamente riscuotere, avrebbe preferito pareggiare i conti.
M. alza gli occhi e si mostra insofferente di fronte a qualsiasi ipotesi venga formulata su di lui.
M. alla notizia che forse avrei scritto qualcosa sulla nostra serata su questo blog ha aggrottato le sopracciglia.
M. sa benissimo cosa sono i blog.
M. vi chiede di non fare commenti.
Grazie a Butt per la fonte di ispirazione e ovviamente a Melissa Segal per la foto, che non è di Michele ma gli somiglia parecchio.
Qualche anno fa F. ha iniziato su mio suggerimento il libro di una giovanissima scrittrice italiana. Io gli consiglio molti libri senza leggerli, solo conoscendo i suoi gusti e confrontandoli con le recensioni, di cui sono un consumatore abituale (lui invece le evita, se può). Entro poco tempo, dalla velocità con cui il segnalibro si muove nelle pagine, capisco se gli sta piacendo. Notandolo da un po' fermo alle prime cinquanta pagine, lo avevo interrogato. "Non c'è la storia gay?" (siamo perseguitati da recensioni e persino quarte di copertina che promettono e non mantengono). "Sì - aveva risposto - ma è proprio scritto coi piedi". Aprendolo all'ultima pagina letta mi aveva fatto notare, insieme ad altre, l'espressione "obelisco di passione", riferita proprio alla parte anatomica cui state pensando. Ne avevamo riso e da allora ogni frase involontariamente comica o semplicemente brutta trovata in un libro è diventata un obelisco di passione.
- Com'è quest'altro?
- Insomma, ho già trovato un paio di obelischi di passione ma si lascia leggere...
O ancora:
- Che cos'è quella faccia? era consigliato su Pride!
- Sì, ma è pieno zeppo di obelischi.
Due cose certe su di lui, che dovrebbero tra l'altro dissuadermi dall'includerlo in questa galleria: guarda le ragazze; ed è minorenne. "Avrà almeno diciassette anni!", tento a volte di controbattere a me stesso. Ma all'uscita della piscina, durante tutte le domeniche invernali, lo aspettava la mamma (in questi giorni torna a casa in bicicletta, non abita molto distante) e ciò fissa il limite superiore della sua età a 15 massimo 16 anni. Del resto fossi in lei farei lo stesso, m'inquieterebbe lasciare andare in giro da solo quella bellezza conturbante e così particolare. Gli occhi piccoli piegati malinconicamente all'ingiù, la bocca ampia e sensuale, il naso diritto, la mascella forte su un collo elegante, e poi tutto un fisico vigoroso e morbido, tracciato con un segno di matita sottile e deciso. L'idea che siamo tutti la saldatura di due metà corpi deve essere venuta ai greci osservando un giovane così: la linea definita che spartisce i pettorali e si incava nel ventre, con nettezza, per poi agganciare il filo della prima peluria e sparire dove nemmeno sotto la doccia è possibile seguirlo (è pudico). Osservando poi la sua bracciata a farfalla, diligente, da bravo allievo di scuola nuoto, si segue con facilità la commessura delle natiche collegata al morbido solco fra i fianchi, e poi a quello che si chiama appunto filo della schiena, il quale sfuma nel ricciolo di un taglio molto giudizioso dei capelli corti.
Guarda le ragazze ma anche i ragazzi, da quella particolare posizione svagata che assumono gli adolescenti ancora del tutto inconsapevoli di sé, quasi abituato a sentirsi invisibile. Gli si dicesse quanto è bello lo prenderebbe come un abbraccio troppo affettuoso di una parente indiscreta. Non si accorge, ne sono certo, delle occhiate che le sue compagne gli rivolgono, per non parlare delle mie. Mi saluta, con un trasporto che mi fa vergognare. Sono il signore da cui ha avuto in prestito una entrata la volta in cui si era dimenticato a casa la tessera; presente negli stessi orari; che lo osserva infine - l'ha capito - ma non riesce a spiegarsi perché. E' attraente, in lui, proprio questa opacità: innocenza appena intorbidita dalla maturazione fisica, dal vigore della sessualità che si manifesta, in forma ancora ottusa, in un corpo la cui esemplare perfezione è compiuta e ornata da queste ultime ore senza colpa.
Viene proprio voglia di dare una mano a questo film da poco uscito nelle sale dopo due anni di vita clandestina. In rete, soprattutto nel pregevole cinemagay.it troverete tutto su questo film. Nel suo sito ufficiale, anche un trailer che mostra fra le altre alcune inquadrature, per me, cruciali. Michele, un precario già quarantenne, guarda il suo giovane ospite rumeno, Ioan, mentre dorme. Uno sguardo nel quale riconosciamo chiaramente l'attrazione erotica, ma pure la lealtà, il nido d'amicizia in cui è nato. Ho sentito molto vicino questo piccolo coraggioso film costato non ho capito bene se 350 o 500 mila euro (cioè, in ogni caso, niente). Mostra l'omosessualità senza far vedere nessun omosessuale, isolando l'omoerotismo come un elemento universale, a tutti accessibile. Non mi era chiaro prima che, forse, anche io sto cercando qualcosa di simile.
C'è molto Pasolini in Cover boy, ovvio. L'italiano ruvido ed elementare di Ioan, il suo accento che qui a Brescia, prima provincia in Italia per numero di stranieri, è molto facile sentire, identico, fanno ai nostri orecchi la stessa impressione esotica e sensuale che il romanesco delle borgate dovette fare al giovane uomo friulano esule dal suo paese di primule e temporali. Come esiliato è Ioan, e Michele: straniero in patria. La fiduciosa ingenuità con cui nel film diventano amici non va valutata sul piano della verosimiglianza, ma della resa poetica. Nella mano di Ioan sulla spalla di Michele mentre siede dietro a lui sulla vespa, per esempio, che intenerisce da sola più di tutti i lucchetti di Ponte Milvio.
C'è qualcosa che non va. Quando sono distante dalla tastiera, in piscina, sul treno, addirittura per strada scrivo nella mia testa post bellissimi e sentiti. Ci sono giorni in cui, su ogni faccino appena interessante, scrivo interi romanzi. Poi, seduto alla scrivania, non me ne ricordo nemmeno l'indice. Ma come? Cerco di riportare alla mente l'aria furba e compresa dello studente che ho appena lasciato sul treno da Milano, con un ultraportatile sul quale avrei pure voluto chiedergli delle informazioni, ma mi sono trattenuto perché sul momento non riuscivo a valutare quanto palesemente sembrasse una scusa (mi interessa l'Asus, ma fino ad allora non avevo guardato proprio il portatile). Niente: andato; i suoi tratti sfumano indistinti e rimane solo il ricordo di quanto mi erano piaciuti. Come servire in tavola l'odore dell'arrosto.
Forse sono un pittore da plen air? Ho comperato negli anni un numero esorbitante di taccuini e quadernetti, portandoli tra l'altro sempre con me. Anche adesso nella tasca interna della giacca c'è un moleskine ricevuto in regalo. Mai che sia riuscito a scriverci una riga se non completamente solo, e a casa mia per lo più. E' chiaro che l'ultraportatile farebbe la stessa, stessissima fine. Come la digitale. Praticamente ovunque mi trovi, i miei occhi fanno decine di scatti degni del National Gaygraphic. Ma da quando uno di questi apparecchietti è arrivato a portata delle mie tasche (e della mia pigrizia) ho dovuto ammettere che non avevo nemmeno il coraggio di tirarlo fuori. Guardo con ammirazione gli album di Funfotoguy o di Cadavrexquis. La directory fotocamera del mio pc è ingombra di mediocri paesaggi.
Da oggi i commenti sono moderati. Questo per la presenza sgradita di un signore che, con un impegno degno davvero di miglior causa, ha dedicato un sito alla diffusione dello slogan "non si nasce gay". Non lo riconosco come interlocutore: lui e il suo sito sono, a mio parere, del tutto in malafede, perciò vi invito a non linkarlo, a non commentarlo, a non parlarne nei vostri blog, perché invece è quello che vuole. A mia volta mi guardo bene dal dirigervi sul suo blog. Se non sapete di chi parlo, meglio. Sono convinto che il suo scopo non dichiarato, anzi più o meno occulto, sia attirare ragazzi gay confusi per indirizzarli alle cosiddette terapie riparative. Non sarà da qui che gli arriveranno visite.
Il ragazzo fra le mie braccia ha poco più della metà dei miei anni. Ricordo con precisione l'inizio d'estate in cui è nato. In quei giorni, mentre lui era un batuffolo tenero che veniva voglia di baciare dappertutto (sicuro: succede anche adesso), io sono diventato me stesso. Più precisamente ne ho preso atto, e soprattutto ho capito che per sopravvivere avrei dovuto cambiare colonna di bilancio in cui iscrivevo l'omosessualità: non più quella delle perdite ma piuttosto dei ricavi.
Ora lui però piange. Il pianto di un ragazzo di vent'anni è uno scandalo, un'accusa infamante, un ottimo motivo per radere al suolo la società e le istituzioni che non sono riuscite a evitarlo (non è roba mia, mi pare di averlo letto in un racconto di Forster). La sua angoscia si versa in me con le lacrime. Ho la sciocca illusione che questa condivisione possa alleggerirlo. Come se cambiasse qualcosa. Le braccia di un amico possono servire ma si è sempre soli nel buio. Vorrei i superpoteri per dissipare le oscurità che lo fanno singhiozzare, mostrargli quello che io ho capito con altrettanti pianti, e notti con le coperte arrotolate. Succedono delle cose, e trovi la forza per restare calmo nel buio. E' così.
Questo ragazzo adorabile, dolce, pieno di attenzione e intelligenza prenderà in mano la sua vita. Purtroppo qui, ora, lo so soltanto io e nell'empatia mi lascio quasi sopraffare dalla sua sfiducia, e di nuovo sovrastare da quelle notti, non le ho dimenticate, massacri di pensieri durante i quali nulla resta in piedi. Cercare di fargli capire che passerà, adesso, sarebbe quasi un tradimento dell'intensità e della lucidità con cui va alla deriva. Perciò mi lascio portare al largo, come lui. Dormiamo a tratti, sussultiamo un po' uno un po' l'altro. Durante brevi ottusi risvegli cerco di abbracciarlo più forte, vorrei che servisse a traghettarci subito nella notte che non fa più paura.
Sono guardone, ma con qualche contraddittorio pudore, e senza orgoglio né consapevolezza di classe. Ho persino impiegato un po' di tempo per prendere atto che Internet è veramente il paradiso dei ficcanaso nelle intimità altrui. Il primo segnale è stato l'incontro con un sito che - senza commenti - raccoglieva in un'unica pagina foto dimenticate dai loro autori e dai fotografati su directory accessibili a chiunque, o comunque pubblicate in modo per lo meno sventato. Lo scopo era derisorio, perché venivano scelte le più ridicole e improbabili. Le guardavo scendere lentamente (si navigava a 33k) ipnotizzato non tanto dallo spettacolo della stupidità umana, come proposto da chi lo aveva allestito, ma dalle gocce di realtà che schizzavano verso di me: fotografie di adolescenti in gita fatte all'amico seduto sul WC, senza il consenso dell'interessato, serate etiliche rese con precisione verista, filamenti di bava mattutina, luci sempre sbagliate e migliaia di pupille rosse. Me ne sono distaccato per igiene mentale, e adesso non mi piacerebbe scoprire da un vostro commento che il sito è evoluto in portale del cattivo gusto, con una comunità di cacciatori che lo riforniscono. Ma potrebbe essere, il materiale certo abbonda.
Un altro ricordo di queste mie prime prede di guardone elettrico è un sito, che invece mi piacerebbe ritrovare, in cui si raccoglievano link a particolari album di famiglia. Non ricordo se è effettivamente una pratica diffusa negli States, ma insomma ci sono persone e famiglie che fanno tutti gli anni, lo stesso giorno, una foto, accostandola poi a quella dell'anno precedente. La successione regolare delle immagini è di una eloquenza quasi difficile da tollerare su quella persona e su quelle famiglie.
Anche certi blog e account di flickr lo sono. Ciò che mi affascina e allo stesso tempo mi inorridisce è proprio la quantità di informazioni comunicate su di sé. Provo ammirazione per questa assenza di scrupoli, ma mi domando se si rendono conto di esporsi fino a quel punto. In un blog letterario collettivo, per esempio, trovo una sequenza di foto dei partecipanti. Viste da sole non le avrei notate, messe una vicina all'altra disegnano una curva perfettamente nota. Mi pare di avere partecipato alle loro serate fumose, futili e pretenziose, di essermi appartato con la ragazza sveglia e malinconica che le sue critiche ai compagni le tiene per sé, di aver trovato belloccio e insopportabile il moretto dell'ultimo riquadro. In un set di flickr che non viene aggiornato da tempo sfoglio una cinquantina di foto di due ragazzi bolognesi che permettono di radiografare la loro storia d'amore: le esitazioni di uno, l'aria del more loving indelebile sull'altro, le difficoltà dopo qualche mese, la comparsa di un altro ragazzo alla fine. Nello spazio di un giovane che abita nella provincia qui accanto, che ho iniziato a seguire perché pensavo fosse gay (e invece no), trovo insieme i suoi testi letterari, i disegni, l'elenco dettagliato e trasparente dei suoi interessi, persino i video del suo soggiorno, nei quali canta canzoni al pianoforte e altri in cui recita mostrando pure la sua tenera pancetta di ventenne molto creativo ma un po' pigro. Un'abbondanza davvero indiscreta: non serve uno specialista per profilarlo molto oltre, immagino, i suoi desideri di visibilità.
Infatti ho la sensazione di avere spiato la vita di queste persone, anche se l'hanno messa volontariamente in linea. Non credo avessero messo in conto attenzioni troppo insistenti, e tutte le possibili deduzioni: se le immaginassero toglierebbero subito tutto. Anche io cancellerei finOcchio se qualcuno mi dimostrasse di aver capito qualcosa che non avevo affatto previsto venisse alla luce.
I miei ascolti musicali hanno sempre un tratto compulsivo. Se qualcosa mi piace, e non succede molto spesso, per un certo periodo prendo a riascoltarlo di continuo, in tutte le circostanze, smettendo poi di colpo senza vero motivo. Non succede solo con le cose nuove. Anche singoli pezzi o cd che conoscevo bene ma non sentivo da anni possono d'improvviso sembrarmi necessari al punto di doverli trasferire sul lettore mp3 per averli a disposizione anche sul treno o in bicicletta. Trovo sfumature che non ricordavo di avere colto prima, mi dico che quella è la canzone/il disco migliore dell'universo. Io che raramente ascolto qualcosa senza fare altro, leggere, scrivere, aspetto l'ennesimo riattacco del brano con devota concentrazione.
L'ultimo oggetto di queste fissazioni intermittenti è la più bella canzone che esista: Famous blue raincoat di Leonard Cohen. L'occasione è stata l'ascolto di La famosa volpe azzurra, la traduzione che De André ne ha fatto per Ornella Vanoni, che ha pure un suo valore ma - mi sembra - pasticcia un po' la situazione. Ho perso in qualche prestito la mia copia di Songs of Love and Hate ma non è stato difficile recuperare il pezzo da un best of. Il testo, effettivamente, non lo avevo mai analizzato come mi ha spinto a fare la versione italiana. Mi era venuto il dubbio che ci fosse un risvolto gay. Non c'è. Pazienza.
Quella manciata di versi è esattamente quello che mi piacerebbe saper fare con le parole: alludere discretamente a una storia di cui non si racconta poi niente, di fatto, ma si lascia intuire tutto attraverso le sfumature; un equilibrio miracoloso e convincente di rapporti evocato dalla sensazione di una ferita chiusa dal tempo, e comunque pronta a sanguinare cincischiandola appena poco più di quanto si faccia nel testo. Ascoltando cose simili ci si convince dell'opportunità di lasciar fare ad altri la letteratura.
"Le nostra legislazione tollera senza problemi né scandali che una coppia eterosessuale si sposi, divorzi e si risposi più volte, tollera che ogni donna o uomo possa costituire un "n-numero" di unioni matrimoniali, ciascuna con figli e dare vita a famiglie allargate con intrecci multipli, ritiene pienamente lecito che ciascun coniuge abbia amanti ad libitum senza che questo sia motivo di colpa nelle cause di divorzio, ritiene pienamente legittimo che figli nati dalle nozze di un coniuge con la prima moglie convolino a giuste nozze con figli di primo letto di una seconda moglie e quindi che tutte queste famiglie formino una tribù aperta o una famiglia super allargata. Ma, se due gay, o due lesbiche che vivono insieme condividendo amore, affetto, gioie, dolori, cure, progetti chiedono una forma di unione pubblicamente sancita allora ecco che i custodi della morale strillano al vulnus contro la sacra famiglia. Ci sarebbe da ridere se questo démi-pensée camuffato da morale cristiana non ferisse nell'intimo centinaia di migliaia di persone".
Moni Ovadia, Il lupo e l'agnello di chi va indietro, L'Unità, sabato 22 dicembre.
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